Il rock progressivo è da molto tempo alla ricerca di se stesso: taluni
tentano la strada della sperimentazione con risultati talvolta
confusionari e comunque con un seguito decisamente limitato, altri
cocciutamente rinverdiscono con poca fantasia i fasti del passato,
altri provano ad attualizzare ed a centrifugare lo spirito di una volta
con le nuove tendenze e i nuovi suoni.
Non escludo, non esalto, né condanno a priori alcuna di queste strade,
rimanendo fortemente convinto che ciò che conti veramente sia il mezzo
con cui le percorri: avere, cioè, gli ingredienti giusti e saperli
esibire nel modo giusto è alla fine l’unica soluzione.
Gli Half Past Four, canadesi di Toronto, sono una band indefinibile
con un’unica parola o con un unico riferimento ma nello stesso tempo
non sono né originali, né particolarmente sperimentali. La descrizione
che loro stessi danno di sé non mi ha impressionato, né mi ha fatto
correre ad acquistare il disco: King Crimson, Jethro Tull, Genesis,
Frank Zappa …. dove sarebbe la novità ? La vera novità è che sono
semplicemente bravi, convincenti e freschi.
“Rabbit In The Vestibile” è il loro primo disco ed è destinato a
lasciare il segno. Prog sinfonico, jazz-rock e pop convivono nello
stesso edificio senza bisogno di riunioni condominiali per risolvere le
controversie, una virtù che si chiama divulgazione universale (o
quasi) senza estremizzazioni ed esagerazioni di ognuna delle
componenti.
Dopo una carburazione iniziale più spostata verso il prog sinfonico
multiforme alla Echolyn ma anche estremamente melodico alla Magenta, è
da “Twelve Little Words” a seguire che emerge prepotentemente la
freschezza della loro proposta. Stupiscono ma senza strafare: trame
complesse ma assolutamente lineari, infarcite di spunti jazzati,
puntuali ed efficaci solismi di chitarra. La voce di Kyree Vibrant, un
po’ alla Kate Bush (ascoltare “Strangest Dream” per credere), fà la
differenza insieme all’incredibile preparazione tecnica di tutti i
musicisti ed all’ottima registrazione del disco.
Che dire poi delle incursioni pop-rock di “Dwayne”, o del Grease in
salsa jazz-rock di “Bamboo”, quasi dei divertissement che non
infastidiscono proprio perché nel disco non esiste un binario
stilistico univoco da seguire. Piuttosto diventano prevedibili e meno
interessanti quando non riescono a stupire ed a divertire con classe,
come in “Biel”.
Non vado oltre, “Rabbit In The Vestibile” è un disco da consigliare a
tutti, da ascoltare, da amare e da magnificare per lo spirito e la
freschezza che trasmette.